Isabella, guarita dal Covid, torna in corsia: «La notte i pazienti hanno più paura, è il momento peggiore»

Isabella, guarita dal Covid, torna in corsia: «La notte i pazienti hanno più paura, è il momento peggiore»
Isabella, guarita dal Covid, torna in corsia: «La notte i pazienti hanno più paura, è il momento peggiore»


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«Ci sono momenti in cui la visiera si appanna. Le lacrime rendono tutto più sfocato e allora cerchi di rigettarle indietro: in reparto bisogna essere forti per se stessi, ma soprattutto per i pazienti. Spesso l’unica mano che stringono quando se ne vanno è la tua». Isabella Racca ha 31 anni e lavora come infermiera al pronto soccorso di Rivoli. Lavora in trincea, per dirlo con un linguaggio che oggi è diventato drammaticamente familiare. Lo fa con lo spirito di dedizione e di servizio che caratterizza la professione, ma nel suo cuore c’è anche la consapevolezza di essere un sopravvissuta. A metà marzo ha scoperto di essere positiva al Covid-19. «La lettura del tampone è stata una doccia fredda. Ero spaventata, chiunque lo sarebbe stato — racconta — ho dovuto lasciare il mio lavoro e per 16 lunghi giorni sono rimasta chiusa in casa in quarantena. Sono stata fortunata perché sono guarita e non ho avuto bisogno di ricovero e ventilazione. Ma sono stati comunque giorni difficili. Poi i successivi tamponi hanno dato esito negativo. La gioia più grande è stata tornare al lavoro».

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«Noi infermieri siamo l’unico contatto con la realtà»

Sono decine gli infermieri e i medici che ogni giorno si ammalano in ospedale. Ma appena guariscono tornano in prima linea. Così come ha fatto Isabella. «Rientrare in corsia è stato un impatto fortissimo dal punto di vista emotivo. Ogni giorno non solo siamo a contatto con la malattia, ma con le paure dei pazienti. La solitudine è l’aspetto che affligge maggiormente chi è ricoverato. Non hanno il conforto della famiglia e così noi infermieri diventiamo l’unico contatto con la realtà. Siamo chiamati a curare il loro fisico, ma anche il loro spirito». È la notte il momento peggiore, quando le luci si spengono e gli unici rumori sono i ronzii dei monitor. «Tutti hanno più paura la notte. C’è il paziente che ti chiama perché vuole togliersi il casco perché non ce la fa più. E quello che, invece, chiede solo che tu gli stringa la mano per un momento». Eppoi ci sono gli addii, strazianti. «L’ultimo saluto ormai è una video chiamata. Tu reggi lo schermo mentre si consuma quel rito doloroso. E le mani ti tremano. E ancora una volta la visiera si appanna».

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La testimonianza sui social

Nei giorni scorsi Isabella ha raccontato la sua testimonianza sui social network: «L’ho fatto perché in molti ancora non si rendono conto dell’importanza di adottare tutte le limitazioni e le misure di prevenzione. Tutto ciò che noi infermieri e medici raccontiamo è vero, non sono leggende. È la realtà che viviamo tutti i giorni. Noi non arretriamo di un centimetro, ma chi è a casa e sta bene usi la testa».

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fonte Torino.corriere.it

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